La politica estera del governo Monti

Mentre il paese è sull’orlo del baratro e si divide socialmente, economicamente e politicamente sulla ripartizione dei sacrifici da affrontare per non cadervi e sulle relative scelte di governo e di legislatura, soffermarsi sulla politica estera può apparire futile. Non lo è. La stessa alternativa fra esecutivo di salvezza nazionale e responsabilità europea, oppure di mera transizione a un confronto elettorale anticipato, che ha catturato l’attenzione interna ed estera negli ultimi giorni, ha risvolti importanti sulla condotta dei nostri rapporti internazionali, da tempo in una sorta di apnea, a rischio di soffocamento.


Collocazione internazionale
Chi ha i capelli grigi ricorderà come negli anni settanta, ai tempi dell’eurocomunismo, la questione si ponesse in termini non tanto di politica estera, quanto di “collocazione internazionale del paese”, secondo una formula diffusa. È lecito chiedersi se essa non si applichi anche al momento attuale. Con la differenza che allora l’alternativa era fra Ovest ed Est, mentre adesso è fra dentro o fuori le principali sedi decisionali – fuori, cioè, come problema o dentro come attore per risolverlo. Anche negli anni settanta si lamentava il vulnus alla sovranità nazionale, intendendo le pressioni americane per non includere il Pci in una coalizione di governo. Adesso si tratta della sorveglianza speciale di cui siamo oggetto da parte delle istituzioni europee e mondiali. Solo che queste discendono da trattati internazionali a cui l’Italia ha liberamente aderito, anche alla luce di un esplicito dettato della Costituzione che prevede la cessione di sovranità ad enti sopranazionali. Cessione che deve avvenire, sempre secondo la Costituzione, in condizioni di reciprocità, certo; ma la mancanza di simmetria che si registra oggi non deriva da prevaricazione altrui, bensì dallo stato di demandeur in cui il paese si trova: super indebitato e destabilizzante. Una campagna elettorale avrebbe effetti grandemente negativi anche per la politica estera, per la demagogia delle priorità interne, delle promesse a breve e degli slogan ad effetto, che ha facile corso quando si è a caccia di voti. Sia lo schieramento di centrodestra che quello di centrosinistra hanno problemi di coerenza al loro interno sulla valutazione delle responsabilità e opportunità derivanti da un contesto internazionale in mutamento, ma segnato da un grado di interdipendenza senza precedenti. I sostenitori del bipolarismo, sia detto per inciso, pur nel giusto sotto molti aspetti, difettano di attenzione per questo problema strutturale della politica italiana: la difficoltà di consensobipartisan sui requisiti base del ruolo internazionale del paese.


Tre priorità
L’apnea dell’Italia nei rapporti internazionali è derivata in buona parte dalla presunzione del presidente Berlusconi di poter gestire a tu per tu con i suoi omologhi i rapporti esterni che contavano. Come sottolineavamo già nel maggio scorso su questa rivista, il problema è che il rapporto personale, nella sua lettura e nella sua prassi, ha teso ad oscurare, quando non a soppiantare, il rapporto istituzionale. Per cui era diventato più importante quel sentire fra due persone, dunque anche fra due leader, che con termine inglese si chiama la chemistry e che rendeva le cose più facili quando è buona o più difficili quando è cattiva. La chemistry, nei sei mesi intercorsi, è ulteriormente peggiorata: la tendenza dei principali esponenti nostri partner a non incontrare in sedi bilaterali e marginalizzare in quelle multilaterali un politico dalla pessima immagine sulla stampa internazionale, è diventata manifesta. A parte poche eccezioni, come quella del primo ministro russo Vladimir Putin, non esenti da controindicazioni. Sempre a maggio mettevamo in evidenza i ruoli supplenti, ma anche poco evidenti, svolti dal ministero degli esteri, dal sottosegretario Gianni Letta e dal ministro Franco Frattini, e soprattutto quello determinante del presidente della Repubblica per la tutela dell’immagine del paese ai più alti livelli. Ma dicevamo anche che questo stato di cose non configurava una cabina di regia che fosse valida nella misura necessaria a una fase mondiale e regionale ricca di sfide e di rischi. Donde l’apnea. È tempo di uscirne. Il governo Monti ha la possibilità, oltre che la necessità, di compiere alcuni passi a tale scopo, anche sotto le etichette di tecnico e temporaneo che gli si attaccano, di rilevanza politica, ma non istituzionale. Tre direzioni di marcia appaiono prioritarie.


Rilancio nell’Ue
La prima è ovviamente quella di ristabilire una presenza confacente al nostro ruolo nell’Unione europea, che non si esaurisca nel restare nell’Euro. Proprio la crisi della moneta comune, esaltata dal, ma non dovuta al, “problema italiano”, ha messo in rilievo la necessità di una riconsiderazione del sistema istituzionale, nelle sue dimensioni concentriche dell’Euro a17 e dell’Ue a 27. La problematica è complessa e non è questa la sede per entrarvi (peraltro non mancano competenti analisi in proposito, anche pubblicate su questa rivista). Basti menzionare la questione, molto popolare nei media, del cosiddetto asse Berlino-Parigi, di cui alternativamente si lamenta l’assenza o si critica la presenza. La questione è antica, perché risale agli albori dell’integrazione europea, da quando cioè, a partire da Alcide De Gasperi, l’Italia ha saputo inserirsi nella riconciliazione franco-tedesca, ovvia condizione pregiudiziale per ogni progetto europeo, spingendola in senso comunitario, con esiti rivelatisi poi per noi benefici. Fra le attuali due anime dell’Unione, quella intergovernativa e quella federale, il nuovo governo italiano – tutto, perché la materia europea non è solo degli Esteri – deve ora giocare la sua partita. Circa la concertazione fra governi, non si tratta di gridare alla prepotenza del duo Merkel-Sarkozy un giorno e l’altro cercare uno strapuntino nel direttorio. Quanto, piuttosto,di restare fedeli alla tradizione appena detta e di sapersi raccordare con gli altri stati membri – intermedi, come Spagna e Polonia, o minori – in possibile sintonia con noi. Occorre definire una linea di condotta per la riforma istituzionale, sia riguardo agli obiettivi più confacenti alla nostra visione e ai nostri interessi, sia ai modi per pervenirvi. È nota la competenza in merito del presidente del Consiglio designato, cui fa da cornice una buona cultura presente nel paese. Per quanto riguarda l’anima federale, cioè la moneta unica da una parte e l’impianto istituzionale (Commissione e Parlamento) dall’altra, è bene aver presente che, lungi da un rifiuto, c’è attesa per una posizione italiana che si esprima e costituisca un contrappeso alle preferenze intergovernative di altre maggiori capitali.

Vicinato e dimensione globale
La seconda direzione prioritaria si situa fra la dimensione europea e quella bilaterale, e riguarda il nostro vicinato critico: il Nord Africa, il Medioriente e i Balcani. Dopo la partecipazione dell’Italia all’operazione Nato in Libia, su mandato Onu, avvenuta tra molte incertezze e remore interne, c’è ancora spazio per una iniziativa italiana a favore di una politica europea in questa vasta area in mutamento. O, in difetto e nelle misura necessaria, per un’azione propria. Qualcosa di analogo vale per le partite in corso con Croazia, Serbia e dintorni. Due cenni alla terza dimensione, quella globale. Innanzitutto la sicurezza: nella nuova fase in cui gli Stati Uniti riducono o condizionano il loro impegno in materia, compete ai paesi europei, malgrado la limitatezza attuale delle risorse economiche, di supplire nello sforzo di ridurre le minacce e le conflittualità, legittimando internazionalmente l’intervento ovunque possibile. L’Italia, impegnata in aree cruciali, come il Libano, non deve esimersi, anzi trarne i riconoscimenti che le spettano. Infine la geo-economia: il mutato scacchiere mondiale, con nuovi grandi giocatori come Cina, India e Brasile, richiede attenzione senza sosta, anche perché vi sono in gioco cospicui fondi sovrani, che in aggiunta a quelli del Golfo, sono tanto più rilevanti per chi ha l’acqua del debito alla gola. Appunto. (Fonte: Cesare Merlini – affarinternazionali.it).