di Giulia Polito
E’ alba a Milano, il sole impigrito e assonnato ancora si nasconde sotto il cielo grigio-azzurro delle cinque del mattino. E’ un giorno di primavera e il tempo sembra che voglia essere clemente. L’appuntamento con l’associazione Arci, attrezzata di furgoni marchiati “Carovana antimafie 2012”, è a Piazzale Loreto. Ad attenderci, insieme all’Arci, anche l’associazione Libera, Cisl, Cgil, Fillea, Filca. Da lì ci spostiamo verso Piazzale Maciachini. Sono più o meno le sei del mattino e il bar all’angolo sta alzando le saracinesche per accogliere i mattiniere per la prima colazione; è così che tra caffè, cappuccini e briosche, illuminati appena dai primi fili di luce e dai neon del bar, cominciamo a scorgere i primi operai in nero che attendono agli angoli della piazza. I padroni a breve passeranno a prenderli. Sì, perché i ragazzi che abbiamo incrociato nella fresca mattina di giovedì 26 aprile non rispondono ad un capo, quanto ad un “caporale”. Lavorano in nero, senza contratto, pagati miseramente, in mancanza delle minime condizioni di sicurezza e, ovviamente, senza un regolare permesso di soggiorno. Franco D’Alessandri è il segretario generale FILLEA CGIL di Milano che spiega così le ragioni di una tale prolificazione del caporalato in Lombardia: “La catena dell’appalto e del subappalto all’infinito ha determinato questa situazione di caporalato e di schiavitù. Abbiamo trovato situazioni incredibili, lavoratori a cui venivano ritirati i documenti, che non venivano pagati nonostante lavorassero anche 10 ore al giorno in cantieri privi di qualunque norma di sicurezza e spesso pagati un terzo dello stipendio”. “Ultimamente le modalità di reclutamento sono cambiate – spiega Enzo Morriello, responsabile Legalità CGIL Lombardia – All’inizio accadeva che il caporale arrivava in piazza e sceglieva.
Adesso il reclutamento avviene nei giorni precedenti, tramite chiamate telefoniche, sms o attraverso le comunità di riferimento”. Uno degli operai che incontriamo è dello Sri Lanka; aspetta in silenzio il suo passaggio per una fabbrica di detersivi: “Quando non c’è lavoro rimango a casa, io quest’anno ho lavorato solo dieci giorni. Ci chiamano il giorno prima, non c’è un posto fisso dove veniamo mandati, ci muoviamo secondo le necessità. In media la paga è di 6 euro l’ora , ma io lavoro otto ore e loro pagano per sei”. Un altro, egiziano, è arrabbiato, perché gli hanno promesso un regolare contratto di cui ancora non se ne vede l’ombra. Non ha difficoltà a rispondere alle domande dei giornalisti presenti: “Mi hanno detto che mi avrebbero assunto e che mi avrebbero pagato regolarmente 9 euro l’ora per fare il carpentiere (la paga, come spiegherà D’Alessandri, per un edile in regola è di 22 euro, ndr). Lavoro nove ore al giorno, ci rimetto i soldi della benzina e spesso non vengo pagato. Da quattro anni lavoro in Italia e ancora neanche l’ombra di un contratto. Ho provato a chiamare per chiedere spiegazioni ma loro o non rispondono al telefono o hanno sempre la solita scusa: c’è la crisi”. Secondo la Direzione generale dell’attività ispettiva del Ministero del Lavoro in Lombardia, nel 2011, sono state controllate dagli enti preposti all’attività di vigilanza (Inps, Inail, Enpals, Ispettorato del Lavoro) 50.139 posizioni lavorative delle quali 34.980 risultano irregolari, per una percentuale pari al 69,8%. Solo nella provincia di Milano, in cui le posizioni controllate sono 12.834, quelle irregolari sono 9.162, pari al 71,29%. In tutta la regione sono stati accertati 5.448 lavoratori in nero, pari al 10,8%. Infine, in tutta la Lombardia sono state ispezionate 14.162 imprese e ad 8.200 di queste sono stati contestati illeciti, per una percentuale pari al 58%. Allo stesso modo 1.289 appalti nella provincia di Milano sono risultati irregolari o con fenomeni interpositori e di somministrazione illecita; 770 imprese sono state sospese per la presenza di almeno il 20% di lavoratori in nero e – secondo i dati della Direzione Investigativa Antimafia di Milano – tra il 2009 e il 2011 sono state 128 le imprese espulse dagli atti pubblici perché in odore di mafia.
I dati che abbiamo proposto aprono gli spazi ad un ampia riflessione che parte da una costatazione di base : se fino a pochi anni fa eravamo abituati a pensare al lavoro nero e al caporalato come uno dei sintomi del sottosviluppo che storicamente colpisce il sud Italia, allo stato attuale sembra che invece le forme di lavoro irregolare colpiscano in maniera sempre più violenta le regioni più ricche e produttive del Paese, diventando quasi emblema di sviluppo e di crescita economica. Tra i tanti altri stranieri impiegati in nero ne incontriamo uno che, in particolare, fornisce dettagli inquietanti sull’invasività di questo modus operandi che investe le imprese e che, di fatto, mette in ginocchio l’economia nazionale: “Quest’ultimo lavoro l’ho trovato perché sono stato contattato da un geometra che ho conosciuto nel 2007. Mi ha detto di portare dieci persone con me da far lavorare, garantendomi la serietà dell’azienda e pagamenti regolari. Lavoriamo da giugno, hanno pagato i primi due mesi e niente più. Non si entra nei cantieri senza conoscere qualcuno. Loro chiamano chi che sanno che potrà a sia volta reclutare altre persone”. L’azienda cerca il caporale che porti manodopera a basso costo o, a volte, gratuita. Dietro un sistema così radicato si nascondono interessi di altra natura, come – denunciano associazioni e sindacati – il riciclaggio di denaro sporco ed altre attività illecite che incrementano e nutrono la criminalità organizzata. Infine, un Paese che si avvale dei prodotti di imprese non in regola con il mercato del lavoro è un Paese che ha scarse possibilità di uscire dalla crisi mondiale e continuerà a seminare altre vittime, sia aziende che uomini. E’ ovvio che le imprese che sfruttano il caporalato, pagando poco la manodopera ed omettendo i contribuiti di legge, alterano gli equilibri di mercato a tutto discapito degli imprenditori onesti, che per rispettare le regole perdono in competitività rispetto a quelli che sfruttano il lavoro in nero. Il commento di Luigi Lusenti, uno dei dirigenti dell’Arci: “Anche gli imprenditori onesti con i quali ho parlato spesso mi hanno confessato le loro difficoltà dal momento che, rispetto a questa situazione, loro non posso più essere competitivi sul mercato. Uno di loro mi ha fatto una domanda: quanto pensi che riuscirò a mantenermi onesto?”. L’ombra del lavoro nero e della malavita che alimenta le imprese copre l’intero territorio nazionale, defraudando ed impoverendo la complessa rete delle PMI che dal dopoguerra in poi è stata fondamentale per la rinascita del paese e che tuttora produce larga parte della ricchezza complessiva del Paese. E’ mattina piena a Piazzale Maciachini e gli operai stanno andando via uno dopo l’altro. Le macchine sostano in doppia fila in attesa che loro si avvicinino per salire e per andare insieme nei cantieri. Anche per oggi, per tutti loro, è andata bene: il lavoro c’è e speriamo che stavolta paghino. Domani ricomincerà tutto daccapo, l’attesa, la chiamata, l’alba giù in piazza. Ma domani è un altro giorno.

























